Gli indossatori di Risvoltini al Faber

A settembre 2015 ho contribuito alla realizzazione della  rubrica Inph()maniac , edita dal sito di narrativa illustrata L’inquieto. La rubrica si appropria del linguaggio dell’ infografica applicandolo sui temi più disparati.  A me è stato chiesto di illustrare il seguente testo scritto da M. Hofer:

GLI INDOSSATORI DI RISVOLTINI

il 72% si giustifica dicendo che è il modello che veste così.
il 91% motiva l’acquisto affermando che gli “piaceva il colore”.
è stato accertato che l’ 86% dei soggetti NON abita vicino ad alcun tipo di corso d’acqua.
il 100% si è girato quando gli esaminatori hanno gridato ai fini della ricerca la parola “HIPSTER!”
alla domanda “l’ultimo libro che hai letto?”, il 57% degli intervistati ha risposto “Vice”
il 77% giura di non essersi proprio accorto di avere un tatuaggio sul malleolo
di questo 77%, il 92% non è a conoscenza di cosa sia un malleolo.
condotti in un bar, il 72% degli intervistati ha ordinato una Coca Zero, mentre il restante 28% un’acqua a temperatura ambiente.
alcuni studi hanno accertato che con il tessuto dei risvoltini si potrebbe vestire circa il 43% della popolazione mondiale, ma il 93% degli indossatori di risvoltini non è mai uscito da Isola negli ultimi due anni e di tutto questo non sarà mai al corrente.

 

E il risultato è stato il seguente:

Risvoltini

 

Con questa illustrazione ho tentato l’ammissione alla quarta edizione del Concorso Faber di Torino, e ciò che è accaduto è andato oltre alle mie aspettative.
Sono molto contenta di riportare che questo lavoro è stato riconosciuto fra i vincitori della categoria  Visual e Graphic Design, e verrà presentato durante il IV FaberDay il 22 gennaio 2016.

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Nello stesso concorso, il team di Mechanick si è presentato per la categoria Animazione e Live Action, conquistando uno dei posti fra i vincitori e il Premio speciale IAAD.
Che dire? Non c’è niente di meglio che iniziare il nuovo anno con due belle notizie!

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Del compositing e dell’arte dell’arrangiarsi.

Fra le mie più rosee aspettative nella vita, ci sarebbe quella di frequentare dei corsi di specializzazione sulle fasi di post produzione.
Nel percorso di studi da me intrapreso, infatti, ho affrontato l’argomento perlopiù da autodidatta e in tempi molto ristretti. Questo, ovviamente, ha comportato il presentarsi di differenti problematiche, cosa che mi ha aiutato a sviluppare una certa elasticità mentale nel trovare soluzioni tecniche ed estetiche funzionali al lavoro, oltre che un buono spirito di adattamento di nelle situazioni di forte stress.

Quando mi sono ritrovata ad affrontare da sola le fasi di compositing per il film Mechanick, ero totalmente a digiuno sull’argomento.
Non avevo mai fatto nulla del genere e avere ben chiara  l’idea del risultato finale ha aiutato, ma solo in parte.  E’ un po’ come partire da A per raggiungere B, dove A sta per tutti gli innumerevoli pass ricavati dalle fasi di render, e B rappresenta il risultato desiderato coerentemente a quanto prestabilito nella bibbia grafica del film.

Quindi,

A   ->    B

Chiaro, lineare, semplice.
E invece no. Fra A e B ci sono infinite strade per avvicinarsi il più possibile al risultato ideale.
Profana come ero, queste possibilità erano ancora tutte da scoprire, e capire quali fossero le più efficaci nel poco tempo rimasto a disposizione mi ha richiesto numerosi tentativi e quasi due mesi di nottate passate in bianco. In quel periodo, infatti, stavo affrontando lo stage in animazione 3d presso uno studio torinese, cosa che relegava tutto il tempo dedicato al compositing alle ore notturne e che ha fatto di me un essere gradevole da avere accanto più o meno quanto il protagonista di Pi Greco- il Teorema del delirio.

Grazie al cielo, avevamo un tempo limite entro cui consegnare il film, e questo ha permesso il mio totale reintegro nella società.
Qui ci sono delle still prese pre compositing  messe a confronto con il risultato finale.

mechanick2

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Andiam – andiam – andiamo a proiettar!

E domani si parte.
Vado a Giffoni (SA), a presenziare al Giffoni Film Festival dove, il 25 luglio, verrà proiettato il corto a cui ho lavorato nel 2014.

Facciamo un piccolo passo indietro.
Come ho accennato nella sezione info, ho frequentato la scuola italiana di cinema di animazione, il Centro Sperimentale di Cinematografia, che, fra le tante cose, prevede che il terzo anno sia incentrato sulla produzione di un corto.

Nel mio caso ho collaborato, assieme a tre miei compagni di corso, alla lavorazione di un corto cgi intitolato Mechanick .

Mechanick

Nonostante la scuola ci abbia fatto imparare il mestiere direttamente sul campo tramite commissioni da parte di terzi, quando ci siamo imbarcati in questa impresa non avevamo la benché minima idea di quello che ci avrebbe aspettato.
A complicarci la vita, indubbiamente, è stata la scelta di realizzare un corto interamente in 3d: se vogliamo essere del tutto onesti, l’esperienza tecnica che avevamo agli inizi era insufficiente, e non è passato molto tempo prima che lo capissimo.
Ogni giorno ha costituito una sfida diversa (any given day), un’enigma da risolvere. Sembrerà un’esagerazione, ma, per chi è alle prime armi, l’interfaccia di un programma 3d non ha nulla da invidiare a quelle dei film di hackeraggio aziendale.
Sono arrivati momenti in cui eravamo davvero stufi di continuare a imparare dai nostri errori, volevamo solo entrare in quella fase in cui non ne avremmo commessi altri per poter almeno intravedere la luce al fondo del tunnel.
Neanche a dirlo, quella fase non è mai arrivata e, nonostante le nostre piccole conquiste quotidiane, la sera arrivava fin troppo presto portando con sé altri problemi. E’ stato più o meno così per dodici mesi.
Giusto per dare un’idea, tante cose sull’impostazione del lavoro ci sono state chiare solamente quando ci siamo trovati nelle fasi di postproduzione e di chiusura del film.
Se c’è una cosa che mi ha insegnato questa esperienza, è la validità del detto “chi ben comincia è a metà dell’opera”, e bisogna aver l’umiltà di ammettere che noi non eravamo partiti così bene.
L’inesperienza nel campo del 3d e di tutti gli infiniti passaggi che bisogna affrontare prima di ottenere un prodotto finito ci ha remato contro da subito, ma mi rallegra pensare che ogni singolo problema sia stato la base di un nuovo traguardo conoscitivo.
Per usare le parole di Thomas Edison,

 Io non ho fallito duemila volte nel fare una lampadina  un film di animazione; semplicemente ho trovato millenovecento-novantanove modi su come non va fatta una  lampadina.  film di animazione

Ed è stato dopo un intero e lunghissimo anno di convivenza forzata, crisi mistiche, esistenzialismo e nottate in bianco che siamo riusciti ne L’Impresa.

Potete vedere il trailer del film cliccando qui.

Certo, sarebbe potuto venire meglio, ma la soddisfazione è comunque tanta e rimane sempre la speranza di poter mettere a frutto tutto quello che abbiamo imparato su nuovi progetti.
In futuro scriverò più nel dettaglio riguardo le mie mansioni all’interno del team di produzione, e anche di come si possa ricavare un letto quasi confortevole da un pavimento, un rotolone di carta igienica, due scatole di panettone Bauli e abbondante colla vinilica.

Il mio problema gravissimo con i clown

Non mi piacciono i clown, non mi hanno mai fatto ridere. Ok, mi fanno ridere quando sono tristi, ma non credo sia il loro intento in quei casi.
Per essere ancor più chiari, faccio parte di quella generazione la cui infanzia è stata rovinata da It,  e quindi, tendenzialmente, se vedo un clown cerco di cambiare marciapiede.

E qui arriva il problema.

Mettendo assieme il mio portfolio, ho potuto notare come, a distanza di anni, i clown tornino ciclicamente nelle mie storie. Ora, i casi possono essere i seguenti:

1- Non ho tutta questa fantasia.

2-Sono una potenziale serial killer. Da fonti attendibili (Vice) ho saputo che i serial killer hanno la tendenza a disegnare un sacco di clown.

3-Sono attratta  dal fascino ambivalente della vita circense, da tutti i colori e dai forti contrasti che la caratterizzano.

4-Vorrei essere un clown.

Ora, dopo un’attenta riflessione statistica, mi piace pensare che il caso più probabile sia il terzo, però se mi vedeste per strada con scarpe super lunghe e una parrucca frisé sappiate che non è solo una fase.

Ok. Tutto questo era per giustificare il fatto che sto pubblicando dei disegni di clown.
Cominciamo dai primi disegni. Sono cose datate e, con gli anni, ho imparato a vedere gli errori dove prima non c’erano, ma le reputo comunque significative perché hanno costituito i miei primissimi passi nel campo dell’animazione.

La storia per cui ho realizzato queste tavole voleva essere l’incipit di un prodotto seriale di target infantile e parlava di una compagnia di circensi sfrattati dal proprio tendone. Molti abbandonano fino a che, di tutta la compagnia,  rimangono solo quattro personaggi: una coppia di coniugi clown, integralisti del circo, e un nano accompagnato da una bambina con la testa di panda, entrambi troppo spaventati dalla prospettiva di finire nel mondo dei “normali”.
I quattro iniziano, dunque, un viaggio alla ricerca di un nuovo circo in cui stare, raccogliendo nuovi compagni e avendo a che fare con normali ben più strani di loro.

Acting studies
Acting studies
Acting studies
Acting studies

Le tavole seguenti fanno parte di un lavoro risalente all’ anno scorso.
Si tratta di pre visualizzazioni e prove di acting per una proposta di corto d’animazione.
(Prego notare come nel giro di pochi anni di studi sono passata dal disegnare clown felici e speranzosi al disegnare clown depressi e insonni. Coincidenze?)

Il numero del bicchiere Insonnia

Il personaggio principale di questa storia è Banjo, un clown depresso che non prova più gioia nel vivere e che decide di entrare in terapia. Questo è un progetto che sto tuttora ampliando, perciò non posso dire molto di più al riguardo.

Bene.
Sono certa di avere altri clown nell’armadio, ma direi che per ora può bastare così (non vorrei mai che al Signor Internet si accendesse la spia che segnala presenza di serial killer).

E in principio fu…

SBRING!
FAST!
YOUNG!
SMART!
GLITCH!
HASHTAG!

No, non è un esempio di futurismo ai tempi delle app, ma solo un vile tentativo di attirare attenzione con tutto ciò che piace al giorno d’oggi.

WordPress dice che dovrei presentarmi al mondo, e chi sono io per contraddirlo.
Mi chiamo Maria, e potete reperire tutte le informazioni noiose sul mio conto  nella pagina “info”, lì, in alto a destra.
Sono quasi dieci anni che bazzico il magico mondo dell’arte, e di materiale da pubblicare ne ho molto, quindi l’aggiornamento di questo blog temo seguirà i principi della teoria del caos.

Una cosa, però, è chiara: mi piace scrivere, mi piace disegnare e mi piace ridere.
Queste sono le tre cose a cui non posso rinunciare, e, a pensare in grande, sono ciò di cui vorrei vivere.
Da qualche parte si dovrà pur cominciare,  e, quindi, eccomi qui.

Le presentazioni non mi son piaciute mai più di tanto -finisco sempre col saltare di palo in frasca e dire cose non appropriate seguite da roboanti silenzi imbarazzati-, preferisco di gran lunga far sì che sia il resto a parlare al posto mio, perciò bando alle ciance e buona navigazione!